Archivio di giugno 2009
Il pasto “ricco” come status symbol
Nel regno animale si osserva una certa selettività, per esempio, alcuni tipi di uccelli si cibano solo di insetti, altri solo di bacche o semi; nel mondo degli insetti troviamo addirittura alcune specie che si cibano di un solo tipo di pianta o soltanto di alcune parti di essa. Il cosiddetto “onnivoro” in natura non esiste.
Il maiale allevato dall’uomo si è abituato a mangiare di tutto, ma il suo “cugino selvatico”, il cinghiale, è molto selettivo nella sua alimentazione.
Le tradizioni alimentari di tutti i popoli sono basate non solo sulle disponibilità della regione in cui vivono ma anche sull’esperienza; e, salvo le eccezioni che confermano la regola, comprendono pasti “semplici”, magari molto gustosi ma composti da non troppi alimenti diversi e, in genere, assai compatibili tra loro.
Le feste, come per esempio i pasti nuziali, costituiscono occasioni abbastanza rare per infrangere la regola di abitudini per lo più frugali. E la storia ci insegna che solo nella fase del declino, della degenerazione, i popoli (o le classi dominanti) indulgevano in abitudini alimentari che andavano al di là del fabbisogno nutritivo; i pasti luculliani ne sono un esempio.
Offrire una tavola riccamente e variamente imbandita è certamente segno di generosa aspitalità ma è, allo stesso tempo, indice di benessere economico. Questo fatto ha spinto alcuni ceti abbienti a fare degli eccessi alimentari una norma di vita, cioè al di fuori di occasioni particolari. Questo fenomeno, tuttavia, si verificava (e si verifica) più nelle società urbane che in quelle rurali dove le tradizioni, e forse anche un sano istinto, sopravvivono più a lungo.
In zone dove per secoli la popolazione ha vissuto al limite del sostentamento e dove procurarsi il pasto quotidiano era spesso un problema, si nota più accentuata la tendenza a eccessi alimentari, in quantità e varietà, durante un solo pasto: quasi che si voglia esorcizzare una fame atavica.
Dove invece l’ambiente è stato a lungo abbastanza favorevole a una sopravvivenza senza stenti si notano più moderazione e saggezza, o quanto meno una inversione di tendenza, una presa di coscienza delle reali necessità dell’organismo umano e del fatto che gli eccessi sono, alla lunga, sicuramente nocivi alla salute psicofisica.
Più la gola che la spada…
Se dobbiamo credere alla saggezza popolare, l’uomo riesce a danneggiarsi e a morire prematuramente più a causa dei peccati della “buona tavola” (ma è davvero tale?) che per tutti gli altri pericoli insiti nella vita, compresa la violenza della guerra.
Quali penalità da pagare nell’immediato, e quali rischi per il futuro comporta un’ alimentazione scorretta?
Vi capita di avvertire sonnolenza dopo un pasto? Una certa svogliatezza a riprendere il lavoro, dei colpi di sonno che diminuiscono la capacità di concentrazione e di reazione al punto da provocare situazioni imbarazzanti (non è simpatico appisolarsi durante una riunione o una confarenza!) o addirittura pericolose, se ci si trova alla guida di un ‘automobile o si sta manovrando un’attrezzatura impegnativa? Spesso non si fa neppure più caso a questa riduzione di efficienza, considerata “normale” in quanto istauratasi da tempo e riscontrabile in molte altre persone. Tutt’ al più si dà la colpa al fegato, oppure al tempo atmosferico che, guarda caso, non è quasi mai quello giusto e quindi si presta ottimamente come capro espiatorio.
Eppure, se tutti sappiamo che dopo il pasto vi è un maggiore afflusso di sangue verso gli organi preposti alla digestione, è logica la deduzione che, più è complessa la digestione, più ciò va a detrimento delle altre funzioni; e il fenomeno può durare anche per diverse ore.
In molti casi, la sonnolenza postprandiale (così è detta la sonnolenza che prende dopo i pasti) evolve in un senso di debolezza cronica, una mancanza di vitalità generale che difficilmente si attribuirà a cause “banali” come la composizione dei pasti, che magari comprendono alimenti di alto valore biologico.
Si osservano spesso anche conseguenze più dirette a carico dell’apparato digestivo. La flatulenza, il senso di gonfiore e pesantezza, l’acidità di stomaco, ma anche stitichezza o diarrea, accompagnate da feci maleodoranti, sono spesso attribuibili alla composizione del pasto.
Più gravi i danni specifici che si verificano nel tempo: l’indebolirsi progressivo degli organi digestivi e un’intossicazione generale grave, in genere non diagnosticata come tale, per cui a disturbi quali eruzioni cutanee, mal di testa cronici, reumatismi e artopatie, diabete, aterosclerosi si attribuiscono cause del tutto differenti, oppure si accettano come una fatalità e si cerca di lenirli con l’assunzione di farmaci.
Principali funzioni delle vitamine
Vitamina A: necessaria per la crescita, protegge dalle infezioni, mantiene sani occhi e pelle.
- uova
- verdura
- frutta
- latte e suoi derivati
- fegato di pesce
Vitamina B1: necessaria per la crescita, protegge il sistema nervoso, contribuisce a liberare energia dagli alimenti.
- carne
- latte
- lievito di birra
- pane
- patate
- legumi secchi
- uova
Vitamina B2: necessaria per la crescita, protegge la pelle, le mucose in genere e la vista, oltre a liberare energia dagli alimenti.
- fegato
- lievito di birra
- uova
- pesce
- latte
- carne
- pane
Vitamina PP: necessaria per la crescita, protegge il sistema nervoso e l’apparato digerente, aiuta a liberare energia dai carboidrati, protegge la pelle.
- carne
- pesce
- fegato
- pane e riso integrali
- lievito di birra
- legumi secchi
Vitamina C: necessaria per la crescita, protegge le mucose e vasi sanguigni, potenzia la resistenza alle infezioni.
- verdura e frutta, in particolare agrumi
Vitamina D: fondamentale per la crescita, controlla il metabolismo del calcio e del fosforo, protegge lo scheletro e i denti.
- latte e derivati
- uova
- fegato
- pesce
Vitamina E: necessaria allo sviluppo, protegge il sistema riproduttivo e il cuore.
- latte e derivati
- oli di semi
- germe di grano e di mais
- fegato
- uova
- piselli e fave
- cereali
Vitamina K: regola la coagulazione del sangue
- verdure
- soia
Attenzione alle incompatibilità tra bevande e cibi!
Il tabù per le bevande a tavola è comunque più o meno rigoroso a seconda delle “simpatie” e delle “antipatie” che possono esistere tra cibi e bevande.
Ricordando l’assoluta incompatibilità tra carne e latticini, il latte, dato spesso ai bambini durante il pasto, è da evitare in ogni caso se in quel pasto è presente un qualsiasi tipo di carne (compresi salumi, patè, ragù oppure pesce).
Allo stesso modo, le bevande acide (vino e spumante) sono del tutto inadatte agli amidacei: pasta, riso, polenta, pane e patate non dovrebbero mai essere consumati in un pasto nel quale si beve vino.
La birra possiede un pH già molto meno acido, ed è per questa ragione che è la bevanda che accompagna meglio la pizza. Non tutte le birre sono comunque uguali e sarà utile confrontare, dopo aver bevuto birra in un pasto amidaceo, il proprio stato di benessere con quello che si presenta dopo un pasto analogo, ma che non preveda il consumo di birra.
Il vino accompagna abbastanza bene solo i pasti proteici, o meglio le proteine concentrate, tipo carne, pesce, formaggio, ed eventualmente, ma con riserva, le leguminose.
L’acqua, invece, non pone alcun problema di “antipatia” con determinati cibi.
Tra le tisane, alcune sono particolarmente indicate per favorire la digestione, quindi può essere vantaggioso consumarne una tazza, a piccoli sorsi, alla fine del pasto. Un esempio di tisana particolarmente profumata e gradevole, ma anche facile da reperire, è la menta, da preparare in infusione.
Noi e il nostro corpo
Alla domanda “Come mangi?” quasi tutti rispondono: “Bhe, normalmente”.
Normalmente, cioè più o meno come tutti, secondo un modello che, anche se abbastanza di recente, ha preso piede al punto da essere considerato da molti l’unico valido, a garanzia di salute e benessere.
Non è solo al ristorante che ci si sente quasi in obbligo di assaggiare di tutto: l’antipasto, il primo, il secondo, il formaggio, il dolce, la frutta e il caffè; anche in casa, una madre di famiglia che si rispetti dimostra la cura per i suoi familiari e l’amore per la casa presentando una o due volte al giorno un pasto “completo”, appunto, di almeno primo e secondo, possibilmente seguiti dal dolce. Non facendo così, si esporrebbe alle critiche di marito, figli, suoceri e amici o, peggio ancora, si sentirebbe in colpa per non aver dato tutto il necessario ai suoi cari.
Spesso è solo quando si presentano guai seri che si comincia a seguire il consiglio di un dietologo o di un medico nutrizionista: pasti meno complessi e più cura nel preparare il menù.
Mettere in pratica in modo schematico queste indicazioni rischia di diventare un altro modo per seguire una dieta; è molto meglio prima di tutto farsi un’idea, anche sommaria, di quanto avviene nell’organismo umano con i cibi che si introducono. Solo così, una volta convinti delle ragioni di molti piccoli e grandi disturbi (sonnolenza, obesità, scarsa energia, fino ad arrivare alla malattie degenerative e croniche), si potrà èrendere coscienza delle reali necessità del nostro corpo.

